Riccardo Luna, il direttore di Wired, nella sua rubrica su Vanity Fair del 05/10/2011 ha parlato dell'evoluzione dei blog. Potrebbero essere in pericolo, dato l'avanzare di Zuckember con la sua Time Line. Facebook a breve creerà una linea con tutti gli eventi della nostra vita, o almeno quelli che abbiamo deciso di condividere. "E i blog? Hanno ancora un senso, credo. Ma saranno sempre meno diari personali, e sempre più prodotti editoriali."
Il fatto che vengano messi tutti gli eventi della nostra vita (o meglio quelli che decidiamo di condividere) su una linea del tempo mi lascia un po' perplessa. Ma data la mia avversione per lo spiattellamento di fatti personali su FB, verrà fuori che mi sono diplomata, che mi sono laureata e poco altro. Il resto del mondo penserà che non ho vissuto tra un evento ed un altro. Ma non è ciò che volevo dire, quindi non divaghiamo.
Il motivo per cui ho riportato le parole di Riccardo Luna è perché ha parlato di blog come prodotti editoriali. A primo acchito devo dire che la notizia non mi dispiace per niente, anche perché i "veri" prodotti editoriali fino a che punto sono veri? A volte, sono sincera, non mi fido delle notizie che mi vengono propinate. E quindi devo mettere in moto il mio senso critico. Tanto vale informarsi anche, non solo, ho detto anche, nei vari blog, formarsi un'opinione, leggere qualcosa di interessante anche se non è firmato da una penna gigliata.
venerdì 25 novembre 2011
sabato 19 novembre 2011
# Racconto 9: Non mi ricordo di te
Non mi ricordo più quando ti vidi per la prima volta. Ti venni incontro senza occhiali, tanta era la fretta di conoscerti. Da una pallina bianca, man mano che mi avvicinavo, incominciavo a distinguere il tuo naso nero e le macchie marroni. Eri al guinzaglio di mia mamma. Era rosso.
Non mi ricordo più le volte in cui ti prendevo in braccio, quando eri ancora piccola. E te mi leccavi la faccia.
Non mi ricordo più nemmeno quando mi davi la zampa, ma poi ti scocciavi e ti buttavi per terra, pancia all’aria, in cerca di coccole. Tanto lo sapevi che con me erano assicurate.
Non mi ricordo più quando ti chiedevo se mi volevi bene, non mi rispondevi e io mi lamentavo per scherzo.
Non me lo ricordo più il tuo muso di panna con una spruzzatina di cacao e il naso di cioccolata fondente.
Non me lo ricordo più quando il nonno mi diceva che non eri adatta per andare a caccia. Non mi ricordo che a te piaceva solo giocare, fino alla fine.
Non mi ricordo di quella volta che io, per farti uno scherzo finsi di svenire e te cominciasti ad abbaiare. Alla fine però non ci cascavi più.
Non mi ricordo di quanto ti buttavo i baci dalla finestra e te, entravi in casa di corsa, facevi le scale, scivolando sul marmo e sbandando sulle curve, e poi arrivavi in camera mia.
Non mi ricordo di quando mi dicevano che mi avevi cercata. Quando ero all’università e venivi a controllare che io fossi in casa e non fossi venuta a giocare con te.
Non mi ricordo di quando ci facevamo le foto insieme e poi le mandavamo via mms per far vedere quanto eravamo belle insieme.
Non mi ricordo di quanto ti sentii il gonfio che avevi sul torace.
Non mi ricordo di quando non correvi più come prima, ma per farmi capire che c’eri battevi la coda bianca.
Non mi ricordo di quel giorno che scoprii che non c’eri più, che ti avevano dato la puntura. Non me l’avevano detto fino a che non lo avevo chiesto io.
Non mi ricordo di quanto ho pianto.
Non mi ricordo di te, Sasha.
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venerdì 4 novembre 2011
Qualcosa in comune con Richard Mason
Leggo dall'intervista di Caterina Soffici di Vanity Fair del 12/10/11 a Richard Mason che preferisce scrivere a mano. Cito testualmente "non amo il computer, preferisco un quaderno e una penna, che ti danno il tempo di pensare bene alle parole. A New York ricevo 300 email al giorno, lì [in una tenda, in cui si è trasferito temporaneamente con suo marito, ndr] niente distrazioni."
La cosa che ho in comune con Mason non è l'avversione con il computer, che invece amo pazzamente, ma l'amore per la penna e la carta. E' praticamente impossibile che riesca a concentrarmi davanti ad uno schermo, soprattutto quando il PC è collegato ad Internet. Non ricevo 300 email al giorno, ma trovo sempre qualcosa da fare prima di portare a termine qualunque cosa io abbia cominciato a scrivere.
Così anche i miei post nascono prima sulle pagine di una vecchia agenda, e poi arrivano qui, su quelle virtuali di un blog.
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domenica 30 ottobre 2011
# Racconto 8: La tassa sui sogni
-Per oggi fermiamoci qui – disse il professore guardando l’orologio - se avete qualche domanda sul calcolo combinatorio venite al ricevimento o scrivetemi una mail. Arrivederci- e uscì dall’aula a passo svelto.
-Oggi statistica e paternale, wow!- mormorò Giada, mentre rimetteva il quaderno nello zaino.
-Ce ne fossero di professori come lui- rispose Andrea. Gli altri rifilavano sempre la stessa zolfa. Marranzani invece ci aveva messo del suo, soprattutto in quella lezione. -Devo andare a parlarci- disse all’improvviso.
- Contento te!- gli rispose Giada, ma Andrea era già fuori dall’aula.
Per un attimo temette di averlo perso, ma poi lo vide che si allontanava a passo svelto. Correndo riuscì a raggiungerlo.
-Professor Marranzani, posso parlarle un attimo?- gli chiese ansimando
-Vado un po’ di fretta. Dimmi- rispose senza fermarsi
-La sua lezione di oggi mi ha lasciato stupefatto-
-Bene, molto bene. Ci vediamo lunedì prossimo allora- tagliò corto, ma Andrea non era soddisfatto. -Mi sembrava giusto venirla a ringraziare - rilanciò - Finalmente qualcuno che dice le cose come stanno-
Il professore rallentò un attimo per guardarlo in faccia con aria interrogativa ma poi riprese ancora più veloce senza dire una parola.
-Mi riferisco al fatto che, come lei ha giustamente sottolineato, il lotto non è altro che uno specchietto per le allodole. Voglio dire, una probabilità su 622 milioni e rotti è… assurda! Eppure al telegiornale ne parlano spesso del superenalotto, ma rammentano solo il jackpot. Ha visto? Adesso in palio ci sono più di 164 milioni di euro.
-È davvero un bel gruzzolo- mormorò il professore, ma Andrea non lo sentì nemmeno e ripartì con ancora maggior entusiasmo, mentre stava quasi correndo per stare dietro la professore - Geniale la sua definizione di “tassa sui sogni”. Tutti evadono il fisco e poi vanno volontariamente a consegnare i propri risparmi al lotto, che non è altro che lo Stato. Potremmo chiamarla anche tassa sulla stupidità, giusto?- ma era solo una domanda retorica. Non attese alcuna risposta - E poi sono rimasto davvero sbalordito quando ci ha parlato di quel comune nel napoletano. Ma come si fa ad usare il verbo “investire” – e fece il gesto con le due dita per indicare le virgolette - quando si parla di buttare le risorse pubbliche nel gioco d’azzardo?-
Adesso si aspettava una risposta e tacque, per concedere la parola al professore, ma questi lo congedò in un attimo – Bene, molto bene- erano arrivati al cancello della facoltà - Adesso però devo andare. A presto - e attraversò la strada di corsa, costringendo le macchine a frenare bruscamente, qualcuna anche a suonare il clacson.
Il professore continuò a camminare a passo svelto, controllando sistematicamente l’orologio ogni dieci passi. “Se sono fortunato faccio ancora in tempo” pensava tra sé e sé. Quando finalmente girò l’angolo e vide l’insegna del negozio non seppe trattenersi dal correre. In un attimo era dentro, con il fiatone e il viso paonazzo
-Professore, appena in tempo!- Marranzani tirò fuori dalla tasca un foglietto di carta stropicciato e lo appoggio sul vetro del banco. – Ma lo sa che mi ero quasi preoccupato, non la vedevo arrivare!- disse ridendo l’uomo. – Ho fatto tardi all’università- rispose tra un sospiro e l’altro – mi ha fermato uno studente. Tutte chiacchiere. Allora facciamo in tempo?-
-Già fatto professore, è stato fortunato! –
- Speriamo. Ma sì! Me lo sento, questa è la volta buona-
- Allora professore, se fa sei poi si ricordi anche di noi eh! Ecco la sua ricevuta, buona serata-
- Buona serata anche a lei-
Anche quella sera il professor Marranzani, e qualche altro milione di italiani, aveva versato la propria tassa sui sogni. Alla faccia di chi credeva che fossero rimasti l’unica cosa gratis.
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venerdì 28 ottobre 2011
Lo stile a servizio della storia
Da semplici lettori non ci facciamo molto caso, ma osservando più attentamente le parole di un libro ci rendiamo conto che l'autore, se è uno bravo, usa lo stile adeguato alla vicenda che sta narrando.
Ad un'aspirante scrittrice a tempo perso come me quindi, leggere le parole di Don Winslow a proposito del suo ultimo romanzo "Le Belve", non può che essere di insegnamento: "Quando ho deciso di scrivere un libro, Le Belve, sullo stato attuale del traffico di droga, mi sono reso conto che la vecchia lingua non era più sufficiente. Una prosa narrativa classica non è più adeguata a descrivere un mondo folle; il realismo non può catturare il surreale. Il semplice, compassato regno della sintassi, della grammatica e della struttura narrativa tradizionali non riuscirebbero a tenere il passo con la velocità degli orrori di oggi. L'ordine non può fronteggiare il caos. Mi sono ritrovato a scrivere a raffiche brusche, ruvide, da molteplici angolazioni, tutte contemporanee. Mi sono trovato a scrivere in termini di cinema, televisione, Internet. è il mondo in cui ora viviamo." (da pagina 252 di Vanity Fair del 28/09/11 "Quelle sette teste mozzate")
Ad un'aspirante scrittrice a tempo perso come me quindi, leggere le parole di Don Winslow a proposito del suo ultimo romanzo "Le Belve", non può che essere di insegnamento: "Quando ho deciso di scrivere un libro, Le Belve, sullo stato attuale del traffico di droga, mi sono reso conto che la vecchia lingua non era più sufficiente. Una prosa narrativa classica non è più adeguata a descrivere un mondo folle; il realismo non può catturare il surreale. Il semplice, compassato regno della sintassi, della grammatica e della struttura narrativa tradizionali non riuscirebbero a tenere il passo con la velocità degli orrori di oggi. L'ordine non può fronteggiare il caos. Mi sono ritrovato a scrivere a raffiche brusche, ruvide, da molteplici angolazioni, tutte contemporanee. Mi sono trovato a scrivere in termini di cinema, televisione, Internet. è il mondo in cui ora viviamo." (da pagina 252 di Vanity Fair del 28/09/11 "Quelle sette teste mozzate")
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mercoledì 26 ottobre 2011
Morire di sfortuna
Fino a questa mattina, quando hanno mostrato le immagini del ritorno in Italia della salma di Simoncelli, non riuscivo ad associare il concetto di morte alla figura piena di vita di Marco. Anche se la notizia del decesso è stata data quasi subito, una parte della mia mente continuava a pensarlo da vivo, immaginando una traiettoria diversa della sua moto, di quelle di Edwards e Rossi, immaginando qualunque cosa avesse potuto succedere per impedire che si compiesse quell'assurda beffa del destino. Morire di sfortuna, nello stesso mondo in cui, è vero, ne muoiono tanti, ma molti di più arrivano a ricordare le loro gesta epiche con i capelli bianchi e un golf di lana a nonnetto, in uno studio televisivo.
Non amando le moto mi potrebbe venire la tentazione di dire che avrebbe dovuto tenersene alla larga, ma basta ampliare un po' lo sguardo per capire che i modi in cui il destino può beffarti sono tanti. E che fino a che ci è dato di vivere, meglio fare quello che ci piace, se si è avuto la fortuna di capirlo. Perché quando arrivano a chiudere il sipario non c'è più tempo.
Anche se è oscenamente ingiusto chiuderlo dopo solo 24 anni, su uno spettacolo così bello e appassionante.
Non amando le moto mi potrebbe venire la tentazione di dire che avrebbe dovuto tenersene alla larga, ma basta ampliare un po' lo sguardo per capire che i modi in cui il destino può beffarti sono tanti. E che fino a che ci è dato di vivere, meglio fare quello che ci piace, se si è avuto la fortuna di capirlo. Perché quando arrivano a chiudere il sipario non c'è più tempo.
Anche se è oscenamente ingiusto chiuderlo dopo solo 24 anni, su uno spettacolo così bello e appassionante.
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mercoledì 19 ottobre 2011
Bar Sport di Benni approda al cinema
"Vorrei mantenermi con i libri, ma non succede. Per fortuna Angela Finocchiaro porta i miei testi in teatro. Ogni volta che finisce una tournèe la prendo in giro: mi hai fatto solo 24 repliche, invece di 30?" Stefano Benni al Festival della Letteratura di Mantova, su Vanity Fair del 28/09/11.
Speriamo che anche la trasposizione cinematografica del mitico Bar Sport gli porti fortuna. Se è rimasto fedele al libro, c'è da giurarci! Nel trailer, e nella locandina, si vede anche la pasta Luisona!
Speriamo che anche la trasposizione cinematografica del mitico Bar Sport gli porti fortuna. Se è rimasto fedele al libro, c'è da giurarci! Nel trailer, e nella locandina, si vede anche la pasta Luisona!
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martedì 18 ottobre 2011
Quando leggi quello che avresti voluto scrivere - L'autunno dei patriarchi
D’Alema rilascia un’intervista dopo mesi di silenzio, ma non se lo fila nessuno: nel suo partito e oltre. Sul web spuntano le immagini eretiche dei leghisti varesini che osano contestare l’incontestabile Bossi, e l’audio di una telefonata col solito Lavitola in cui Berlusconi versione Caimano (o black bloc) minaccia di assaltare il Palazzo di Giustizia e i giornali di sinistra, ma con una voce così seria e sfibrata che non sai se averne paura o pietà. La giornata autunnale si chiude con Marco Pannella che chiede asilo politico alla Mongolia nella speranza che glielo respingano, perché in un Paese dove nessuno lo riconosce per strada e nessuna radio lo lascia parlare per dodici ore consecutive, il mobbizzato più famoso d’Italia non riuscirebbe a sopravvivere. Se questi quattro personaggi - tutti piuttosto intelligenti o comunque perspicaci - si guardassero dal di fuori come li guardiamo noi, impiegherebbero un attimo ad accorgersi che la loro onda è passata. L’hanno avuta e sono riusciti a domarla, nonostante avesse assunto le proporzioni di un cavallone. Ma ora si trovano in bassa marea e nulla è più ridicolo e triste di qualcuno che nuota in una vasca vuota. Quando il presidente del Consiglio Massimo d'Azeglio fu messo alle corde dal più giovane Cavour, ebbe l’onestà intellettuale di farsi da parte. «Non sono più io l’uomo del momento», scrisse a un amico. «Però c’è stato un momento in cui lo sono stato». Non è da tutti congedarsi dal potere con tanta generosità. Ma insomma, un piccolo sforzo. (Anche se in giro non si vedono tanti Cavour). | |
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lunedì 17 ottobre 2011
Proprio un vero peccato
Si è fatto un gran parlare dei facinorosi che hanno messo a ferro e fuoco Roma durante la manifestazione di sabato. Si è anche detto che hanno rovinato la giusta protesta degli indignati ed è stato in vero peccato.
Già, un vero peccato....
Peccato che, pur essendo tutti d'accordo - era violenza gratuita - si è parlato quasi esclusivamente di loro, fornendo ai politici l'ennesimo palcoscenico da calcare ("condanniamo tutti la violenza!"... ma va'!)
E comunque, che la casta è lontano dalla gente che l'ha votata è cosa nota, ma anche giornali e televisioni di ogni colore e qualità non sono stati da meno. Della sfilata delle solite facce note non ne aveva bisogno nessuno. Ma di approfondire le ragioni per cui milioni di persone in tutto il mondo sono scese in piazza, sì.
Tutti a rammaricarsi che sono stati penalizzati dai violenti, ma nessuno che ci abbia messo del suo per riequilibrare la situazione. E' un vero peccato, perché è da tanto che si va dicendo quanto sia necessario lo sforzo di tutti, per un'Italia migliore.
Proprio un vero peccato.
Già, un vero peccato....
Peccato che, pur essendo tutti d'accordo - era violenza gratuita - si è parlato quasi esclusivamente di loro, fornendo ai politici l'ennesimo palcoscenico da calcare ("condanniamo tutti la violenza!"... ma va'!)
E comunque, che la casta è lontano dalla gente che l'ha votata è cosa nota, ma anche giornali e televisioni di ogni colore e qualità non sono stati da meno. Della sfilata delle solite facce note non ne aveva bisogno nessuno. Ma di approfondire le ragioni per cui milioni di persone in tutto il mondo sono scese in piazza, sì.
Tutti a rammaricarsi che sono stati penalizzati dai violenti, ma nessuno che ci abbia messo del suo per riequilibrare la situazione. E' un vero peccato, perché è da tanto che si va dicendo quanto sia necessario lo sforzo di tutti, per un'Italia migliore.
Proprio un vero peccato.
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venerdì 14 ottobre 2011
Jobs: non ci ha venduto il sogno - solo il modo di realizzarlo
Dopo qualche mese dalla laurea una mia amica postò su Facebook un video, dicendomi che voleva ispirarsi a quella filosofia per affrontare i mesi successivi alla ricerca di un lavoro. Lo guardai un po' scettica ma passati quindici minuti "in compagnia di Steve Jobs", già la pensavo come lei.
Quando è morto, tutti hanno rispolverato quel discorso (nel 2005, ai laureati di Stanford) e a volte lo hanno citato in maniera sbagliata, attribuendogli significati che non aveva. Tra i tanti ne ho sentiti alcuni che mi hanno fatto riflettere, in cui lo si accusava di essere solo un venditore di sogni.
Sarà che in questo Paese è una categoria parecchio di moda ma non credo che Steve Jobs ne facesse parte. Perché il venditore di sogni ti indica la strada per essere ricco, famoso e di successo. Il fondatore della Apple invece ci ha solo suggerito di fare quello che ci piace - è inutile affannarsi nella direzione che ti indicano gli altri, in un soffio sei al capolinea e non hai più chance.
Non ci ha detto chi saremo, è proprio quello il bello, ci ha detto di scoprirlo da soli. E se qualcuno pensa che sia solo retorica, dia un'occhiata alla propria vita. Va di gran moda l'anticonformismo, ma come si fa ad essere fuori dagli schemi se non sei abituato ad usare il tuo cervello? Ogni persona ha dentro di sé idee infinite ed infinitamente diverse da quelle degli altri. Solo che non sa nemmeno di averle.
E se qualcuno ce l'ha ricordato, perché non ringraziarlo e ricordarlo come merita, quando se ne va?
E se qualcuno ce l'ha ricordato, perché non ringraziarlo e ricordarlo come merita, quando se ne va?
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domenica 25 settembre 2011
Carnage
La trama è molto semplice. Due bambini litigano al parco e uno tira un bastone in viso all'altro. I genitori si incontrano per parlare della vicenda. E scoppia una vera e propria carnage verbale.
L'azione si svolge nel salotto di casa del bambino ferito e il tempo del film, 79 minuti, è lo stesso dell'azione, ad eccezione della scena iniziale e finale. Il film infatti comincia con un'inquadratura da lontano di un gruppo di bambini al parco. Non si sente cosa dicono ma è chiaro che uno colpisce l'altro. Nella scena successiva la mamma del ragazzo ferito scrive al computer una relazione sull'accaduto, alla presenza del marito e dell'altra coppia di genitori, gli unici personaggi del film.
Da lì comincia un'interminabile discussione, che inizialmente si muove sul filo del rasoio. L'impalcatura del senso civico dei quattro, su cui tentano di far stare la discussione, comincia a vacillare. Lo spettatore attende con ansia e disagio che la tensione, di cui frigge l'aria, faccia saltare tutti i freni inibitori.
I personaggi, perfettamente definiti, tirano fuori il peggio di ognuno di loro. Nessuno si salva. Non si salva il personaggio di Kate Winslet, che si scopre a difendere il figlio prima considerato colpevole di aver colpito l'amico. Capitola anche la buonista Jodie Foster, che rinuncia ai suoi principi per sparare a zero sulla mediocrità del marito. Johnny C. Reilly ne approfitta per togliersi la maschera e mostrare la sua vera natura, rozza e meschina, che di solito nasconde per compiacere la moglie. Solo il personaggio di Christoph Waltz sembra non perdere mai il suo cinismo, ma rimarrà nudo quando sua moglie gli strapperà di mano il Blackberry, per annegarlo nel vaso di tulipani che erano stati comprati dall'altra coppia per far colpo su di loro.
Nel vortice delle parole si creano e saltano alleanze incrociate. Le donne contro gli uomini, mogli contro mariti, uomini contro uomini. L'episodio tra i ragazzi riaffiora ogni tanto, ma poi viene perso nuovamente di vista, portato via da ulteriori ventate di stizza e polemica.
Verso la fine del film, quanto la situazione è palesemente scappata di mano, ti chiedi come sia stato possibile ma in realtà, scena dopo scena, la sequenza di eventi è assolutamente credibile. E ti ci rivedi, con vergogna, in certe cose che dicono. E riconosci qualcuno che conosci, in certi comportamenti.
Quando oramai i quattro hanno dato il peggio di sé, Romani Polanski sposta la macchina da presa. E ci fa rivedere i ragazzini al parco, che si riavvicinano come se nulla fosse e tornano a giocare insieme. Non si sente una parola, si vedono solo da lontano. A contrasto con il mare di sciocchezze dette dagli adulti.
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venerdì 2 settembre 2011
"Storia della mia gente". Anche la mia storia
Ho appena finito di leggere per la seconda volta il libro
vincitore del premio Strega “Storia della mia gente”. La gente di cui parla
Nesi sono anch’io. L’ho letto per la seconda volta perché la prima, tanto l’avevo
letto velocemente, non me l’ero goduto. Adesso, con l’evidenziatore in mano,
sono riuscita a cogliere i passaggi più interessanti. O semplicemente quelli
che ho sentito più veri.
Sono stata allevata all’Università di Firenze a pane e “teoria
pura del commercio internazionale” fondata da Smith e Ricardo. Il concetto di
fondo era che il libero scambio era cosa buona e giusta. “Noi adesso ci lamentiamo,
ma quante persone possono comprarsi un paio di scarpe, e prima invece andavano
scalzi?” chiedeva il professore a noi studenti, che fissavamo sulla lavagna lo
schema dei vantaggi comparati di Ricardo, dove si spiegava chiaramente che se
il Portogallo era più produttiva nel fare il vino e l’Inghilterra nel fare i
tessuti, tutti e due ci avrebbero guadagnato a scambiarseli.
Io ci credevo fermamente, in fondo non era quello che l’uomo
aveva imparato a fare da tempo? Era ridicolo pensare di essere autosufficienti,
da qui il commercio, poi il libero commercio, la lotta al protezionismo e così
via.
Sono tutti principi sacrosanti però non posso negare che
qualcosa sia andato per il verso sbagliato. E non è per salvaguardare i tonti.
Nesi ha scritto qualcosa come “era favoloso, andavano avanti anche i meno vispi
i in quel periodo” e tutti gli ci si sono buttati sopra a peso morto. Ma il
senso del discorso non era certo pretendere che le cose continuassero ad andare
avanti per anni in quel modo. Mi sembra che sia stato anche molto critico con i
pratesi.
Come lo sono io, del resto. Quante volte ho rinnegato la mia
città, e quante volte ancora ci ricasco. La odio perché l’amo. E quando passo
da via Pistoiese, che ormai non ha più niente di pratese, non me ne faccio una
ragione. Quando ripenso al mio tirocinio durante le superiori, dove il mio
tutor guadagnava una cifra astronomica ma lavorava 10 ore al giorno e il suo
valore aggiunto si sentiva davvero in azienda, io pensavo che il mondo fosse
davvero ai miei piedi. Stava a me cominciare a camminare, ma la strada era
aperta. Nessuno mi si parava davanti, nessun raccomandato, nessun incapace
tenuto a lavorare perché licenziarlo era cosa impossibile.
Io ci credevo in quel mondo, eccome se ci credevo. Perché
avevo fatto una scuola seria, da dove erano usciti i migliori industriali di
Prato. Non ci si improvvisava, soprattutto negli anni precedenti al mio
diploma. C’erano persone famose per essersi diplomati in dieci anni, ma andava
bene lo stesso. Perché quel diploma nessuno te lo aveva regalato. C’era il
marchio di garanzia sopra.
È questo che rimpiango della città che ho fatto appena in
tempo a vedere, prima che svanisse sotto il colpi della crisi e io mi avviassi
a Firenze, all’Università, per conoscere un mondo nuovo. Un mondo dove,
constavano con lo stesso stupore di Nesi, non si campava sul tessile. Pare
incredibile per chi non è nato qui, ma quando ho letto quelle parole ho pensato
che avrei potuto scriverle io.
In questi anni mi è capitato di pensare a quante persone che
conosco lavorano o lavoravano nel tessile. Praticamente quasi tutte. A me il rumore dei telai non faceva da ninna
nanna, anzi, non lo sopportavo, però c’era, a fare da sfondo alla mia vita. Così
come i fumi delle rifinizioni, l’avanti e indietro della filanda, i fossi
colorati dagli scarichi delle tintorie. Le cantre degli orditoi, le casse di
filato, i fusi. I subbi. I cenci.
A cui adesso ripenso con struggimento, ma che sono spariti.
Mentre sono rimasti gli spacconi con il macchinone, le cui rate non si sa se
pagheranno mai. Gli evasori, probabilmente, ma dato che sono tali nessuno lo
sa. Gli sfruttatori, che in cambio dello stipendio chiedono anche quello che
non dovrebbero. È rimasto il peggio di quel sistema ruffiano ed esagerato che
in tanti, all’indomani della vittoria di Nesi allo Strega, si sono affrettati a
criticare.
Non è andata come i miei professori all’Università
pensavano, come il Giavazzi criticato da Nesi affermava, come il buon senso avrebbe
potuto spingerci a pensare. Non c’è stata selezione, o almeno non in tutti i
casi. Adesso un giovane che ha voglia di fare deve combattere con le grandi
aziende che hanno il coltello dalla parte del manico e di certo non lo usano
per fartici le carezze. Devono avere a che fare con i raccomandati, che c’erano
anche nel tessile probabilmente, ma dato che nessuno teneva in piedi la ditta
per passare il tempo, venivano messi
dove facevano meno danni, lasciando andare avanti quelli bravi davvero. I quali,
potevano togliersi le loro soddisfazioni con il proprio stipendio. Perché anche
se magari era esagerato, non era mai troppo lontano da quello che realmente
producevano.
In conclusione quindi, direi che non ci abbiamo guadagnato.
Proprio no. Di chi è la colpa? Mah, una laurea in Economia Politica e
ventisette anni di vita non bastano di certo per rispondere ad un quesito così
ostico. E allora mi limito solo ad osservare le cose.
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cosa ne penso di questo LIBRO,
pensando
giovedì 25 agosto 2011
# Racconto 7: pioggia, fulmini e cinghiali
In una notte piovosa uno squillo di telefono irrompe in una casa. Subito due mani pronte lo fermano, alzando la cornetta.
Pronto?
...
Damiano?! Che ore sono?
...
Senti come piove, che ci fai ancora in giro?
…
Porca miseria. L’ho portata l’altro giorno dal meccanico. È la batteria?
…
Va bene dai, non ti preoccupare, vengo a prenderti. Ma sei solo ad aspettarmi?
…
No, da solo. La mamma dorme, non la sveglio. Ma te sei solo? Non è pericoloso?
…
Una chi?
...
Giulia? La Giulia che è venuta qui l’altro giorno?
…
Si, va bene, ne parliamo dopo. Dove sei?
...
Non ho capito niente
…
Ma se non me lo spieghi come faccio a venire?
...
Ma che c’entra ora?
...
Ma chi si arrabbia?
...
Cosa? Ma sei matto ad andare lì di notte? E ora come faccio a trovarvi?
...
Ah, pure, così se vi prendeva un fulmine sapevi chi ringraziare
...
Ma se la batteria è scarica, come fai ad accendere i fari?
...
Brutto cretino che non sei altro! Ma non lo sai che le macchine affondano nella terra quando piove?
...
Viene a catinelle, ci sono pure i fulmini e le saette. Ma non lo vedevi?
…
Ah, giusto!
...
Eh certo
…
guarda che siamo stati tutti giovani, avevamo tutti i finestrini appannati ma nessuno è mai affondato sotto un albero!
...
È uguale!
…
Pezzo di deficiente!
…
Si, va bene, ne parliamo dopo
…
Chiudetevi in macchina, altrimenti un cinghiale vi mangia. Arrivo!
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i racconti di MissMartinaB
venerdì 19 agosto 2011
Agosto a casa: ti dirò...
Per la prima volta in vita mia, sto passando tutto l'agosto a casa. Sapevo che prima o poi la pacchia sarebbe finita e guardavo con terrore alle mie future giornate estive passate a casa. Sono rimasta sconcertata quindi, quando mi sono resa conto che tutto sommato non vorrei essere altro che qui. Per poi sparire, quando la gente tornerà ad intossicare le strade, gli uffici, le palestre.
Con il braccio fuori dal finestrino, scivolo via lungo la superstrada deserta e mi godo i soliti profili delle case dietro un cielo rosa che gli altri mesi non si vede. Mi piace l'assenza di routine. Ogni giorno ad agosto c'è qualcuno che parte e qualcuno che torna. I gruppi consolidati saltano e per stare insieme di creano equilibri diversi.
Ti trovi ad una cena con chi è rimasto a casa come te, seduta accanto a qualcuno che conoscevi sì, ma con cui non ha mai parlato. E finalmente dai un contenuto a quella faccia. Vai a mangiare la pizza in un posto che non conoscevi. La tua gelateria preferita è chiusa, quindi aguzzi l'ingegno, ti butti, provi cose nuove che forse arricchiranno la tua nuova routine, da settembre in poi.
Si, mi piace agosto a casa!
Con il braccio fuori dal finestrino, scivolo via lungo la superstrada deserta e mi godo i soliti profili delle case dietro un cielo rosa che gli altri mesi non si vede. Mi piace l'assenza di routine. Ogni giorno ad agosto c'è qualcuno che parte e qualcuno che torna. I gruppi consolidati saltano e per stare insieme di creano equilibri diversi.
Ti trovi ad una cena con chi è rimasto a casa come te, seduta accanto a qualcuno che conoscevi sì, ma con cui non ha mai parlato. E finalmente dai un contenuto a quella faccia. Vai a mangiare la pizza in un posto che non conoscevi. La tua gelateria preferita è chiusa, quindi aguzzi l'ingegno, ti butti, provi cose nuove che forse arricchiranno la tua nuova routine, da settembre in poi.
Si, mi piace agosto a casa!
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lunedì 15 agosto 2011
Nessuno si salva da solo: che ne pensate?
Dopo aver letto "Non ti muovere", pensavo che Margareth Mazzantini fosse un genio assoluto in fatto di scrittura. Penso ancora che sia una bravissima scrittrice, ma non posso negare la delusione che ho provato nel leggere il suo ultimo libro.
La mia perplessità sul romanzo è sostanzialmente una: ma non poteva fare un racconto? Mi piace l'argomento, la vicenda che racconta, il modo in cui la tratta (anche se certe volte il linguaggio mi sembra gratuitamente rozzo, i personaggi potevano farne a meno di pensare e parlare in quel modo). Il problema principale, dicevo, è che certe pagine le ho saltate a piè pari perché ripetevano sempre la stessa cosa. Ho avuto la sensazione che si volesse annacquare un po' la storia, quando chiunque si sia avvicinato alla scrittura sa che c'è da limare rispetto alla prima versione.
Non voglio certo dire che la Mazzantini abbia tirato via il suo racconto, di sicuro se ci ha messo tutte quelle pagine è perché era sua intenzione mettercele. Però a me ha fatto questa sensazione.
E voi che ne pensate?
La mia perplessità sul romanzo è sostanzialmente una: ma non poteva fare un racconto? Mi piace l'argomento, la vicenda che racconta, il modo in cui la tratta (anche se certe volte il linguaggio mi sembra gratuitamente rozzo, i personaggi potevano farne a meno di pensare e parlare in quel modo). Il problema principale, dicevo, è che certe pagine le ho saltate a piè pari perché ripetevano sempre la stessa cosa. Ho avuto la sensazione che si volesse annacquare un po' la storia, quando chiunque si sia avvicinato alla scrittura sa che c'è da limare rispetto alla prima versione.
Non voglio certo dire che la Mazzantini abbia tirato via il suo racconto, di sicuro se ci ha messo tutte quelle pagine è perché era sua intenzione mettercele. Però a me ha fatto questa sensazione.
E voi che ne pensate?
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cosa ne penso di questo LIBRO
lunedì 1 agosto 2011
Rieccomi
Forse ce la faccio a non farmi risucchiare solo dal lavoro... forse...
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giovedì 30 giugno 2011
La nostra estate infinita, che non è mai cominciata
Le scosse di assestamento per il cambio di lavoro ci sono ancora, ma piano piano le sento meno. E così sono venuta ad aprire le finestre del mio blog per dargli un po' di aria. Da qui che mi abituo definitivamente al nuovo lavoro mi scadrà il contratto...
Sull'onda di quest'ultima amara riflessione vorrei citare le parole di uno dei miei giornalisti preferiti, che invitano proprio a non abbandonarsi. "Non diventate mai cinici, ragazzi. I protagonisti delle tristezze italiane di oggi, trent'anni fa, erano come voi: prendevano la laurea, annusavano il futuro, avevano la luce negli occhi e un'estate infinita davanti. Allora volevano cambiare il mondo; oggi, l'automobile. Meglio se blu, lussuosa e di servizio: così gliela paghiamo noi."
Beppe Severgnini
Sull'onda di quest'ultima amara riflessione vorrei citare le parole di uno dei miei giornalisti preferiti, che invitano proprio a non abbandonarsi. "Non diventate mai cinici, ragazzi. I protagonisti delle tristezze italiane di oggi, trent'anni fa, erano come voi: prendevano la laurea, annusavano il futuro, avevano la luce negli occhi e un'estate infinita davanti. Allora volevano cambiare il mondo; oggi, l'automobile. Meglio se blu, lussuosa e di servizio: così gliela paghiamo noi."
Beppe Severgnini
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lunedì 13 giugno 2011
Domani è un altro giorno
In momenti come questi, in cui alle 22,37 sono già a letto con il portatile sulle ginocchia e l'occhio a mezz'asta, stravolta dalla giornata di lavoro e tutti gli altri impegni che si accavallano, mi domando come abbia potuto essere così stupida e illusa da pensare di poter scrivere qualcosa in vita mia.Quando sono stanca il pessimismo latente che è in me si manifesta in tutta la sua potenza. E allora penso che è il caso di chiudere il pc e mettersi a dormire. Infondo "domani è un altro giorno" mica l'ho inventato io!
Notte
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venerdì 3 giugno 2011
Rimedi contro l'infeltrimento dell'autostima
E' sempre una sorpresa trovare esattamente quello che pensi scritto da altri.
Ebbene, lo ammetto! Anch'io di fronte ai blog altrui, quelli graficamente belli e pieni di post interessanti
con un sacco di commenti, mi sento piccola come una formica. Ma questo mi accade spesso, non solo per i blog. La bravura altrui mi paralizza, mi fa sembrare inutile tutto quello che faccio. C'è un rimedio all'infeltrimento dell'autostima e al conseguente rimpicciolimento dell'ego?
Eccolo, in cinque comode pillole. Il principo attivo lo trovate qui.
1. Be original
2. Respect the originality of others
3. Blog blindly
4. Be kind
5. Blogging isn't everything.
Ebbene, lo ammetto! Anch'io di fronte ai blog altrui, quelli graficamente belli e pieni di post interessanti
con un sacco di commenti, mi sento piccola come una formica. Ma questo mi accade spesso, non solo per i blog. La bravura altrui mi paralizza, mi fa sembrare inutile tutto quello che faccio. C'è un rimedio all'infeltrimento dell'autostima e al conseguente rimpicciolimento dell'ego?
Eccolo, in cinque comode pillole. Il principo attivo lo trovate qui.
1. Be original
2. Respect the originality of others
3. Blog blindly
4. Be kind
5. Blogging isn't everything.
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lunedì 30 maggio 2011
Farsi bella
Sebbene mi riprometta di uscire di casa ogni giorno al massimo della forma, il più delle volte sembro uno spaventapasseri. Nel fine settimana invece c'è il tempo per farsi belli. E anche per fare due foto ai trucchi.
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